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July , 2010
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Il Brigante Rosso

L'informazione comunista

Bambini di Marjah

Postato da admin il marzo - 4 - 2010

Non sorridono più Najib e Naqib, due fratellini di 5 e 7 anni ricoverati all’ospedale di Emergency di Lashkargah. Le infermiere li coccolano e il giovane papà, Abdul Wali, li copre di baci e carezze. Ma a loro sembra non fare effetto.

Sono arrivati qui sabato sera dalla base militare britannica di Camp Bastion: il più grande con il piede sinistro maciullato e una brutta ferita al braccio destro, il più piccolo con decine di schegge infilzate ovunque. Tutti e due ancora sotto shock per il dolore, lo spavento e il trauma di aver visto morire, davanti ai loro occhi, i due loro fratelli poco più grandi, Sadiq e Asrat, di 8 e 9 anni. Colpa di un razzo americano caduto per errore nel cortile della loro casa, a Marjah.

Il padre, Abdul, è distrutto. L’infermiere capo dell’ospedale, Matteo Dall’Aira, racconta che quando gli hanno detto che avrebbero dovuto amputare la gamba di Najib sotto il ginocchio, il padre si è disperato, non voleva: ha chiesto al suo bambino di provare a muovere quello che rimaneva del piede distrutto dall’esplosione, ma si è dovuto arrendere all’evidenza.

Oggi Abdul, 35 anni, bracciante e vedovo da tre anni, è tornato a trovare i suoi figli. Ha portato loro una busta rosa piena di biscotti e succi di frutta. Seduto in mezzo ai loro due letti, li guarda trattenendo a stento le lacrime.

“Quando sono scoppiati i combattimenti, con le pallottole che colpivano i muri di casa e i bambini che piangevano per i rumori che sentivano, ho deciso di portare via da Marjah i miei sei figli”, racconta Abdul, spiegando di avere anche una bambina di 6 anni e un bambino di 11, che per fortuna sono ancora vivi e incolumi.

“Dopo alcuni giorni, quando ci hanno detto che la situazione in città era tornata tranquilla, siamo tornati. In effetti era tutto calmo, o almeno così sembrava. Un paio di giorni dopo, i miei figli erano in cortile a giocare, quando c’è stata l’esplosione”.

Abdul chiude gli occhi e si interrompe, come se non ce la facesse a raccontare quello che ha visto e vissuto dopo quel momento. Poi guarda i suoi bambini e riprende a parlare.

“Sono arrivati dei soldati americani. Hanno raccolto i frammenti del razzo, ammettendo che era roba loro. Hanno scattato delle foto ai miei due bambini morti, Sadiqullah e Asratullah e poi hanno portato via Najibullah e Naqibullh, caricandoli su un elicottero. Mi hanno detto che li portavano all’ospedale militare di Camp Bastion. Non hanno aggiunto altro”.

Chiediamo ad Abdul se nei giorni successivi i militari Usa non siano tornati, magari per offrirgli un risarcimento come di solito avviene in questi casi.

“Sì, i soldati americani si sono ripresentati due giorni fa, dicendo che l’incidente è stato causato da un razzo americano inesploso che i miei figli avevano raccolto per giocarci, e che poi sarebbe scoppiato. Io non lo so, non ho visto come sono andate le cose: mio figlio maggiore mi ha detto che loro non avevano raccolto nessun razzo. Io so solo che i miei figli sono morti per colpa degli americani”.

Abdul non aggiunge altro e torna ad accarezzare i suoi bambini.

di Enrico Piovesana su “PeaceReporter.net”

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