Immagine
 Il Brigante Rosso... di Il Brigante Rosso
 
"
"
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 05/07/2008 @ 13:26:44, Tratto da Liberazione, linkato 31 volte)
Il Pm di Trieste Pietro Montrone, che indaga sulla morte di Riccardo Rasman, di 34 anni, avvenuta il 27 ottobre 2006 durante un tentativo di arresto da parte di quattro poliziotti della questura triestina, ha confermato ieri di aver notificato agli indagati la conclusione dell'inchiesta. La notizia è stata anticipata ieri dal Corriere della Sera . I difensori hanno ora venti giorni di tempo per le rispettive memorie o per coordinare le deposizioni dei loro assistiti. Solo dopo la Procura deciderà per l' eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Rasman, invalido per diversi atti di nonnismo subiti durante il servizio militare, in gioventù era stato un apprezzato giocatore di calcio. Da tempo sofferente, il 27 ottobre 2006 si era reso protagonista del lancio di alcuni petardi dal terrazzino della sua abitazione. La polizia intervenne su richiesta di alcuni condomini preoccupati per l'azione del giovane. Secondo la Procura di Trieste i quattro poliziotti intervenuti avrebbero causato la morte del ragazzo, che soffriva d'asma, usando metodi troppo violenti per bloccarlo:ammanettato, le mani dietro la schiena, i piedi legati con filo di ferro. La fine di Riccardo ricorda la tragedia di Federico Aldrovandi, lo studente morto a 18 anni il 25 settembre 2005 dopo un intervento di polizia. Il processo di primo grado che vede imputati quattro agenti è prossimo alla sentenza. Casi apparentemente fotocopia. «Asfissia da posizione» la causa di morte per entrambi; stesso capo di imputazione: «omicidio colposo». E un avvocato in comune, Fabio Anselmo.
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 05/07/2008 @ 09:09:18, Tratto da Aprile Online, linkato 7 volte)
La requisitoria di Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini al processo per le violenze, i falsi, gli arresti arbitrari alla scuola Diaz durante il G8 del 2001, è prima di ogni altra cosa un omaggio alla legalità costituzionale, frutto di un senso di giustizia che non accetta di piegarsi alle pretese d'oblio che vengono dalla politica, dai vertici dello stato. Zucca, introducendo la requisitoria, ha parlato di "sospensione del codice penale" e non solo dello stato di diritto, descrivendo il processo Diaz come una via di mezzo fra i procedimenti per stupro - nei quali "si passa al discredito della vittima"- e i procedimenti per mafia, in cui la ricerca della prova avviene "in un ambiente in cui omertà, coperture, impenetrabilità rendono il lavoro difficile". Da un lato, dice insomma Zucca, si cerca di screditare le vittime in quanto "no global", "estremisti" e via dicendo, dall'altro la polizia fa ostruzionismo e sceglie di non collaborare alla ricerca della giustizia. Oggi Cardona Albini ha parlato senza mezzi termini di "massacro", negando ogni alibi o giustificazione gli autori del sanguinoso blitz. Sono parole pesantissime.
Zucca e Cardona Albini sono magistrati prudenti e pazienti: fattori questi che rendono straordinarie, e al tempo stesso angoscianti, le loro affermazioni. Sono arrivati a queste conclusioni con sofferenza, senza compiacimento. E affrontando enormi difficoltà. Hanno condotto un'inchiesta delicata contro altissimi dirigenti delle forze dell'ordine nonostante vertici di polizia omertosi, a fronte di parlamenti e governi ostili, davanti a un'opinione pubblica in larga misura indifferente. Hanno anche subito attacchi personali clamorosi - in particolare Enrico Zucca- e aggirato ostacoli d'ogni tipo, alcuni anche plateali, come l'invio, da parte dei vertici di polizia, di elenchi incompleti degli agenti partecipanti al blitz, come il mancato riconoscimento di una delle 14 firme poste in calce al verbale d'arresto, come la scomparsa -dalla questura di Genova!- delle due bombe molotov custodite come prove del processo, come la scelta opportunistica di 27 dei 29 imputati, che pur essendo servitori dello stato (alcuni con compiti di altissimo rilievo) si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm, come imputati qualunque.
Zucca e Cardona Albini sanno già che il processo non avrà conseguenze penali effettive, perché la prescrizione è attesa pochi mesi dopo la sentenza di primo grado (prevista per il prossimo ottobre). E conoscono anche il rischio che incombe con l'emendamento 'salva premier' sia sul processo Diaz sia su quello riguardante i maltrattamenti verso i detenuti alla caserma di Bolzaneto (sentenza prevista il prossimo 21 luglio), che rischiano d'essere sospesi per un anno e alla fine d'essere cancellati del tutto, visto che un minimo intoppo procedurale potrebbe allungare i tempi fino alla prescrizione prima ancora delle sentenze.
I pm sanno tutto questo ma portano avanti il processo come sempre, con l'attenzione e il rigore mostrati in tutte le fasi del procedimento. Non sono eroi, ma funzionari pubblici che fanno lealmente la loro parte. Non si può dire altrettanto degli altri protagonisti di questa vicenda, collocati ai piani alti delle forze dell'ordine, del governo, della politica. In questi anni i maggiori imputati per un episodio che ha scandalizzato il mondo, sono stati promossi; il parlamento ha rifiutato di istituire una commissione parlamentare d'inchiesta; i premier e i ministri che si sono succeduti, non hanno avuto il coraggio e la dignità di ripudiare quell'episodio e di chiedere scusa alle vittime e alla cittadinanza.
Nel 2001 l'Italia precipitò in un abisso di illegalità, sfiorando l'eversione di stato. In questi anni non è stata capace di risollevarsi. Il "massacro" della scuola Diaz resterà impunito sotto tutti i profili: giudiziario, politico, etico-professionale. E' già una certezza. Perciò questo processo è una spia dello sfacelo morale e politico che sta minando la nostra democrazia.
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 05/07/2008 @ 00:00:11, Tratto da Alessandro Belmonte, linkato 67 volte)

 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 04/07/2008 @ 13:31:51, Tratto da Altre Testate, linkato 65 volte)
"Aborro la cultura forcaiola". Per questo l’8 luglio Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, sarà in piazza: “Ma contro il governo, non per opposizione manettara a Silvio Berlusconi”. E in verità agli osservatori la partecipazione di Giordano sembra un atto dovuto, per evitare l’ennesima spaccatura del partito, che vede l’area di Paolo Ferrero tutta schierata con i girotondini. Perché a Giordano – dice chi lo conosce bene – Antonio Di Pietro non piace, sono antropologicamente agli antipodi. E lui un po’ lo confessa al Foglio: “Ho idee opposte”. “Quella dei girotondini – spiega – è una visione giustizialista e parziale. Vedo un vuoto di strategia. Per fare una sana opposizione non può esserci soltanto l’esaltazione dell’anomalia Berlusconi. Piuttosto – obietta Giordano – si contesti con puntualità la politica economica piegata alla Confindustria e ci si opponga alle squallide politiche securitarie e all’orrore della schedatura imposta ai bambini rom”.
 
Così, annunciando il proprio ritiro perpetuo “da ogni incarico direttivo nel partito”, l’uomo che ha retto Rifondazione nel travagliato passaggio al governo con Romano Prodi, descrive l’immagine del Prc che vorrebbe. Ed è quello di Nichi Vendola. Una Rifondazione solida, ma all’interno di un “più largo campo della sinistra”. Una forza in grado di confrontarsi con il Pd e rilanciare un’idea d’opposizione non schiacciata sul dipietrismo ma capace di contrapporre al governo una idea “sociale ed economica” alternativa. “Questo adesso manca al Pd veltroniano – dice Giordano – vagano nel buio, senza un’idea chiara”. Al Pd potrebbe offrirla Vendola questa idea? “Non siamo così presuntuosi, stiamo a vedere l’evoluzione dei rapporti”.
 
E si parla di nuove (vecchie) alleanze: il Pd in difficoltà con l’alleato Di Pietro dialoga con l’Udc, ma anche molto con la sinistra. Così Giordano conferma una notizia circolata in questi giorni: “Ho incontrato Walter ricevendone assicurazioni sulla legge elettorale europea, abbiamo concordato sullo sbarramento al tre per cento”. C’è da fidarsi? “Forse no, dopo lo scherzo delle politiche – dice ridendo – Ma se davvero si vuole riaprire il confronto – conclude – la strada riguarda anche il modello economico offerto dal Pd. Stanno con Calearo? Con Colaninno? Con la Fiom? Insomma si chiariscano le idee”. Un percorso di riavvicinamento che passa prima di tutto dal congresso del Prc, che avrà termine il 25 luglio con la scelta definitiva tra gli opposti orizzonti offerti dai duellanti Ferrero e Vendola.
 
E a proposito di congresso, Giordano esordisce con uno starnuto e si scusa: “Sai – dice – qua da noi ci sono troppe correnti”. Si riferisce alla battaglia velenosa che sta lacerando il partito dopo l’addio di Fausto Bertinotti. Ieri la corrente di Ferrero ha ottenuto l’annullamento di una consultazione cittadina, a Reggio Calabria. “Dove – ironizza Giordano – guarda un po’ vincevamo noi”. Un gesto “illegale e inaccettabile” – dice – che conferma il clima da separati in casa.
 
Ma chi vince? “Nichi”. E spiega la differenza che passa tra i due avversari: “Paolo immagina un partito più piccolo e dunque, temo, minoritario. Nichi invece propone una grande sinistra di massa” e un partito senza correnti. Che si allei con il Pd? “Dipende molto dal Pd”. Già perché per il momento Veltroni dialoga con Casini. Voi? “L’Udc è un partito composto da gente che stimo e con la quale – aggiunge imitando un’espressione di Veltroni – possiamo parlare pacatamente e serenamente di legge elettorale e modello istituzionale. Tuttavia – conclude – vedo difficile un confronto sui temi economici”. Si può immaginare un ritorno, anche in forma rivista, dell’Unione? “E’ presto per dirlo, anche se – aggiunge – in politica le cose cambiano rapidamente”. C’è chi sostiene che Prc e Pd potrebbero riavvicinarsi alle europee. “Con Walter abbiamo parlato – ripete – Il 14 incontrerò D’Alema alla fondazione ReD”. Il Prc preferisce D’Alema a Veltroni. “Questo l’hai detto tu”.
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (1)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 04/07/2008 @ 08:09:07, Tratto da Aprile Online, linkato 21 volte)
C'è una forza dirompente nel parlare semplice e pacato di Lorena Coletti. Lei che avrebbe tutto il diritto e qualsiasi giustificazione per usare toni forti, rammaricati, astiosi, sceglie invece un'altra strada per raccontare la morte di suo fratello Giuseppe alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno. Una strada che, paradossalmente, rende questo suo racconto ancora più corrosivo, più penetrante in chi l'ascolta. Una capacità non comune, soprattutto alla luce degli ultimi eventi che hanno visto l'amministratore delegato dell'industria, Giorgio Del Papa, avanzare la richiesta di 35 milioni di euro alle famiglie delle quattro vittime rimaste uccise nell'incidente "bianco" del 25 novembre 2006. Perché, giustifica lo stesso, hanno usato una saldatrice proibita che ha innescato l'esplosione e l'incendio dei silos dove era presente del gas infiammabile. E, ha motivato, lo hanno fatto coscientemente per accelerare i tempi di lavoro visto che era sabato. Come se non bastasse, Del Papa ha anche scaricato sulle spalle della ditta appaltatrice delle pulizie degli impianti, per cui lavoravano le quattro vittime, la responsabilità dell'incidente, che gli avrebbe procurato quel danno di immagine per cui ha chiesto un indennizzo. Ora, l'ad dell'Umbria Olii è accusato di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e di aver violato le norme per la sicurezza sul lavoro. La data di inizio del processo era fissata per l'11 luglio ma la sua decisione di ricusare il gup di Spoleto, su cui dovrà adesso esprimersi la Cassazione, potrebbe procrastinare i tempi.
C'è dunque l'amarezza dolce nel parlare di Lorena, che ci tiene a chiarire in primis la storia di suo fratello: "noi siamo cinque figli, io sono l'unica femmina. Ci siamo accuditi a vicenda per tutti questi anni. Quando è morta mamma, per una leucemia, siamo stati un corpo e un'anima". In questa famiglia umbra, Giuseppe era un punto di riferimento importante: "a 14 anni ha cominciato a lavorare per dare una mano a tutti noi: un ragazzo responsabile cresciuto in fretta. Non a caso diceva sempre di non avere avuto figli perché aveva da accudire noi fratelli". Un grande lavoratore che amava ciò che faceva: "a Giuseppe la sua occupazione dava molta soddisfazione" e soprattutto la svolgeva con coscienza e senza preoccupazione, perché "non lo ho mai sentito parlare di lavoro insicuro, anzi costantemente seguiva corsi di antinfortunistica". Dunque un operaio competente che conosceva le misure di sicurezza.
Sul caso poi, Lorena è un fiume di perché, di domande, di richieste di verità. Un torrente di interrogativi che rivolge sempre a Del Papa. "Questi operai morti, tra cui Giuseppe, stavano lavorando nei silos della Umbria Olii dal mercoledì e hanno fatto sempre la stessa attività. Dunque, se lui era a conoscenza che la saldatrice non doveva esser usata e li hai visti utilizzarla per giorni, perché alla fine non li ha avvisati? Allora gli faceva comodo che la utilizzassero per affrettare i tempi?". Ma soprattutto: "perché non dice che i silos erano quasi vuoti di olio e si era formato del gas infiammabile? Perché non accenna al fatto che non erano a norma e che quella manutenzione andava fatta dai pompieri?". Il punto secondo lei è che mancavano le misure di sicurezza più elementari, così come gli avvertimenti: "non esisteva una sala antincendio né un piano di evacuazione". Anche sulle dichiarazioni dell'ad in merito alle mancanze degli operai secondo Lorena non sono veritiere: "Del Papa dice non avevano imbracatura: ma come può affermarlo visto che l'unico corpo riconoscibile era quello di mio fratello che è stato ritrovato nudo?". C'è poi il mistero della saldatrice, che ci spiega con perplessità come uno degli aspetti non chiariti. "Io so che questo strumento era depositato dentro al locale dei saponi dove è rimasto per quattro giorni. Ma se lo stavano usando, come può essere finita lì, in quel deposito, visto che chi la utilizzava è morto per il suo stesso impiego?".
Sulla richiesta di risarcimento di Del Papa, appare rammaricata. "L'ho vissuta come se mi avessero ucciso mio fratello una seconda volta, un tentativo di farci ancora del male. Sono indignata perché la leggo come una lesione della dignità di mio fratello che invece non può essere calpestata e per cui mi batterò tutta la vita che mi resta davanti". E Lorena si dice certa che questa battaglia la vincerà, perché "mi difenderò come posso, ma voglio vedere lui come si difenderà". Dunque ci crede ancora alla giustizia, anche se in modo critico, perché la politica si veste di "tante belle parole", così le chiama, "ma sul piano dei fatti, poi, fa poco". La sua unica richiesta è un appello accorato all'Italia, "che si mettesse una mano sulla coscienza perchè questo episodio non venga dimenticato. Per nessun motivo. Alla Thyssen sono morte 7 persone, qui a Campello 4, gli incidenti si ripetono quotidianamente". Per definire queste morti usa l'espressione di "sangue rosso", quello "versato da questi lavoratori per condurre una vita onesta e che li ha trasformati in eroi". Per queste persone, giura, ed in particolare per suo fratello, "spenderò tutta la vita": il desiderio di giustizia è infatti l'unico modo che ha per sopravviverle. Lo dice nel giorno in cui un altro operio muore, in Sardegna, all'età di 22 anni. Si chiamava Pietro Ghiani, si è spento questa mattina a Mores, vicino Sassari, dove lavorava in un cantiere per la costruzione di un depuratore.
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 03/07/2008 @ 10:42:43, Tratto da Alessandro Belmonte, linkato 260 volte)
In questi giorni è stato assegnato “Il Riciclone 2008”, un concorso indetto da Legambiente che premia il comune italiano che più di ogni altro ha investito nel riciclo dell'immondizia. Molti potrebbero pensare che sia stato assegnato a qualche comune del Nord, magari qualcuno tra i paesi del trevigiano che è la provincia con la percentuale più alta per rifiuti riciclati.
In realtà, l’ottima notizia è che ad essere premiato è stato il comune di Piane Crati, un piccolo centro del cosentino in cui, grazie alla raccolta differenziata effettuata porta a porta, si è giunti ad ottenere un percentuale di immondizia riciclata pari al 93%.
Questa notizia è molto importante per due motivi: il primo perché finalmente dalla Calabria, la mia Calabria, arriva un segnale positivo dopo anni in cui è stata oggetto di attenzione solo per fatti di cronaca non certo esaltanti ed, in secondo luogo, poiché smentisce finalmente quella filosofia di pensiero, molto razzista e molto in voga tra gli abitanti del Nord, secondo la quale non sarebbe possibile effettuare la raccolta differenziata al Sud poiché non vi sarebbe la necessaria cultura ambientale.
Molto soddisfatto della notizia, ovviamente, anche il sindaco Ambrogio che ha dichiarato: «Un premio così importante dimostra che anche da un piccolissimo comune della Calabria e del Mezzogiorno possono giungere segnali positivi in materia di cultura ambientale» sottolineando poi come  «i bambini siano stati il motore fondamentale che l'amministrazione ha trovato all'interno delle famiglie».
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Parole semplici che raccontano storie terribili sono quelle raccolte da Renato Curcio nella sua ultima ricerca sociale sul lavoro migrante. I «dannati della terra», espressione impiegata da Frantz Fanon in un testo del 1961 per indicare la moltitudine degli esclusi, sono diventati oggi quei dannati del lavoro che danno titolo al volume edito da Sensibili alle foglie ( I dannati del lavoro. Vita e lavoro dei migranti tra ossessione del diritto e razzismo culturale , pp. 136, euro 14).
Donne e uomini, persone con valigie cariche di storie e non reati ambulanti. «Imprenditori dei sogni», come dovremmo in realtà chiamarli se fossimo in grado di frantumare gli occhiali deformanti dell'opposizione regolari/irregolari. Una scena imponente di milioni di umani che da città e villaggi di ogni continente si mettono in viaggio animati dall'immaginazione di un futuro diverso da quello disegnato per tutti noi dai consigli di amministrazione delle aziende globali. «Umani non ancora infettati dalla "codificazione feticistica" che come un virus epidemico sta spegnendo il pensiero della discontinuità negli autoctoni del Vecchio continente». Umanità ancora umana che non sa che farsene dei piccoli sogni a "prezzi mai visti" smerciati da Carrefour. C'è altro e di meglio in ciascuno di loro, scrive Curcio: «l'energia di chi pensa ancora la crescita non soltanto come una variabile economica[…] di chi rivendica per sé il diritto primordiale a esistere, prima di ogni legge degli uomini, prima del capitale, prima del mercato, prima delle carnivore ambizioni delle imprese globali».
Loro, i migranti, sanno di non essere più radice ma vento. Sopravvissuti a viaggi spaventosi, le loro radici sono ormai gambe che spostano il mondo, scirocco e grecale, libeccio e levante. Solcano autostrade, passano valichi e navigano mari, s'ingegnano a trovare sempre nuovi cammini, molti muoiono lungo strade di stenti, sui sentieri del deserto oppure naufraghi nel cimitero liquido dei mari. Approdano sulle rive ridotti a scorie di mareggiate, pasti avanzati dei pesci impigliati alle reti. Dal 1998 sono già diecimila gli annegati nel Mediterraneo e nell'oceano Atlantico, tremila i dispersi. Trecento, quelli schiacciati, soffocati o congelati negli interstizi più assurdi ricavati nei camion della speranza.
L'avventura del lavoro migrante, la scelta del viaggio "intemerato" non nasce in luoghi lontani ma inizia da noi. Sono le aree più obese del mondo, quelle in cui operano i grandi centri capitalistici che creano quella sorta di vuoto d'aria che attira gli sciami migranti delle aree più spolpate del pianeta. L'impossibilità d'accedere alla via regolare, dovuta ai costi esorbitanti della corruzione e della speculazione che presiede i circuiti dei consolati, un sottobosco d'agenzie ufficiose, di piccoli faccendieri, mediatori e furbastri d'ogni genere pronto a lucrare su ogni passaggio burocratico, spiega la scelta della via "irregolare", quella delle barche che giustamente Curcio rinuncia a definire «illegale» per non farsi complice della discriminazione che poi andrà a estendersi sull'intera vita di chi ne diverrà il bersaglio.
Sono le nuove modalità del capitalismo attuale, delle grandi aziende che progettano se stesse a misura del mondo, insieme alla centralità produttiva assunta da paesi privi di normative sul lavoro che spiegano il fenomeno migratorio. Questo processo, che vede aziende extraterritoriali organizzare il movimento di merci, capitale e persone, serba nel suo seno una grande contraddizione: mentre la libera circolazione delle merci non trova ostacoli soltanto il movimento umano suscita rigetto. Tutto si sposta, ma solo le persone in movimento impauriscono. Tuttavia una soluzione andava trovata perché i limiti posti alla circolazione delle persone compromettono le capacità di consumo interno. Così il trattato di Schengen, entrato in vigore nel 1995, ha introdotto un doppio binario, un'area di privilegio comunitaria che ha però il suo rovescio nell'emergere immediato di una zona parallela, quella degli "illegali", dei "clandestini". Cambia in questo modo la nozione di frontiera. Il confine visibile scompare ma al suo posto nasce la fortezza. Una fortezza Europa armata di banche dati integrate sempre più specializzate, come il sistema informatico Schengen (Sis) che include informazioni su cose e persone.
L'antico presupposto della fortezza medievale era il ponte levatoio, la presenza comunque d'un passaggio all'esterno. Al contrario l'Europa fortezza si costruisce come una rocca senza aperture. La rete di centri di permanenza temporanea (Cpta, Cpa, Cid), destinati a divenire dopo l'ultimo "pacchetto sicurezza" varato dal governo Berlusconi "Centri di identificazione ed espulsione", più che materializzare i confini interni interrompono la tradizionale continuità territoriale sulla quale posava la vigenza del diritto nazionale, sancito dal combinato disposto degli articoli 3 e 5 della costituzione. Un diritto a macchia di leopardo, dei territori di sospensione delle garanzie costituzionali emergono dando luogo a uno stato di diritto stratificato. Al tempo stesso, come in un gioco di prestigio, la nozione di "sicurezza" è sovrapposta a quella di "regolarità". In questo modo "l'irregolarità amministrativa" diventa una forma di clandestinità presto sanzionata come un reato.
Tecnicamente l'internamento amministrativo, la carcerazione senza reato, che contraddistingue la rete dei centri di permanenza, appartiene alla tradizione del sistema dei campi di concentramento. Ma la vera caratteristica di questi nuovi luoghi d'internamento temporaneo è il fatto d'essere divenuti dei centri di raccolta per rastrellamenti di forza-lavoro semischiavizzata. Il sistema dei centri di permanenza appare dunque funzionale alla formazione di una nuova «sottoclasse di lavoratori», figlia della nuova e perversa relazione che si è stabilita tra stratificazione del diritto e forme estreme (extralegali) di flessibilità e precarietà del mercato del lavoro. Nasce in questo modo una classe di lavoratori completamente priva di diritti, sospinta alla «clausura di un trattamento quasi-schiavistico», una forma di mercificazione selvaggia e di alienazione totale delle esistenze umane eccedenti, posta ben al di là delle stesse condizioni che caratterizzano il "lavoro nero". Messi nella situazione di non poter trattare alcunché, queste forme neoschiavistiche di lavoro segnalano la «caduta dal piano del diritto a quello del patto. Tra il datore di lavoro e il lavoratore si stipula, in altre parole, un contratto privato, molto simile a un "patto d'omertà", in cui ciò che viene dichiarato (l'apparenza, appunto) è pura menzogna mentre ciò che viene taciuto è una sostanziale violazione delle leggi». Una condizione umana radicalmente esclusa e continuamente esposta a rotolare nell'abisso dell'internamento. Oltre a garantire la massima valorizzazione del capitale, questo «lavoro dannato» condiziona anche l'intero mercato del lavoro e diventa una minaccia permanente verso le altre fasce precarie e flessibili ancora dotate di un minimo di diritti e capaci di opporre forme di resistenza. È la vecchia storia, sempre attuale, dell'esercito proletario di riserva. L'Italia, poi, ha conosciuto la minaccia della precarietà fin dall'operaio massa meridionale dei primi anni 60.
Al pari della precarietà, anche il razzismo è un conto mai chiuso. "Indesiderabili" è la parola chiave degli attuali Cpt, come lo fu per il legislatore fascista dopo l'introduzione delle leggi razziali del 1938 e che due anni più tardi provocarono l'apertura di oltre 200 campi di concentramento. In una circolare inviata dal ministero degli Interni si poteva leggere: «Detti elementi indesiderabili apportatori di odio contro i regimi totalitari, capaci di qualsiasi azione deleteria, per difesa dello Stato et ordine pubblico vanno tolti dalla circolazione».
Nel frattempo però il razzismo ha mutato aspetto. A quello biologico si è sostituito un «razzismo culturale» fondato su un preteso differenziale tra civiltà. Questo razzismo, spiega Curcio, ha una intrinseca valenza politica legata alla "costruzione della paura". La percezione dell'insicurezza viene impiegata per orientare la rabbia verso bersagli di comodo, senza diritti e totalmente deboli, come è il caso dei Rom. Ma questo "sentimento" nasce da un moto reale di consapevolezza dei lavoratori di fronte a un destino precariamente sospeso. Trasformare questa domanda di sicurezza in razzismo è l'operazione politica in corso, quella da ribaltare completamente. Il paradigma reazionario, oggi egemone, è riuscito modificare il modo di produzione dell'immaginario facendo apparire lo sfruttamento più brutale come una forma di diversità, uno stigma, quando nella realtà è proprio lo sfruttamento che ci rende stranieri.
Rimettere al centro dell'attenzione culturale e politica la critica del lavoro, a partire dai suoi aspetti più bestiali, è una delle strade obbligate che la sinistra deve ritrovare se vuole tornare a esistere.
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 03/07/2008 @ 02:36:40, Tratto da Ramon Mantovani, linkato 30 volte)
So bene che le dispute sui voti congressuali non possono appassionare nessuno. I militanti meno ancora dei giornalisti pettegoli che hanno come funzione quella di ridurre tutto a scontro personale fra leader. Gli iscritti (quelli veri) meno ancora della cosiddetta sinistra diffusa, perché hanno sempre pensato di iscriversi a un partito diverso dagli altri.
Ma la realtà, la dura realtà, è che oggi, per la prima volta nella storia di Rifondazione Comunista, bisogna discutere anche di questa miseria. Oramai c’è purtroppo un’ampia letteratura su congressi dove al momento del voto compaiono decine e a volte centinaia di persone sconosciute, in gran parte nuovi iscritti, dove il voto non avviene sulla base dell’appello, dove persone evidentemente inconsapevoli vengono accompagnate da qualcuno che suggerisce loro come votare, dove nonostante centinaia di iscritti non c’è alcun dibattito, e così via. Basta leggere quanto è stato pubblicato nei vari blog e su Liberazione.
Come siamo arrivati a questo punto?
Io voglio cercare di ragionare. Le denunce di irregolarità e i conti dei voti non sono competenza di questo blog. Sarà la commissione congressuale competente a stabilire cosa è dentro e cose è fuori dalle regole. E io accetterò in silenzio ogni decisione.
Eppure bisogna, secondo me, ragionare su quella che a me sembra una degenerazione del partito.
Io penso vi siano due diverse cause che oggi, sommandosi, rischiano di uccidere definitivamente il partito, o più semplicemente di trasformarlo in un partito come gli altri, che per me è la stessa cosa.
La prima: Rifondazione è dalla nascita un partito molto democratico, con uno statuto ultragarantista, e con una piena sovranità delle sue organizzazioni locali su tutte le scelte elettorali e politiche. Per intenderci, e lo dico per le tante e i tanti che non lo sanno, la decisione di fare alleanze e di entrare in giunte comunali provinciali o regionali, è di esclusiva pertinenza rispettivamente dei circoli, dei comitati federali e dei comitati regionali. Fin qui tutto normale. Ma da tempo si è visto in alcune realtà che il potere di prendere decisioni circa le elezioni può essere “scalato”. Come? E da chi? Facciamo un esempio di scuola. In un comune di 20000 abitanti c’è un circolo di 50 iscritti. Normalmente partecipano alla vita attiva del circolo una quindicina di compagne/i. Capita che al momento di prendere decisioni importanti, come le elezioni, l’assemblea del circolo veda una partecipazione di 30 o 40 persone. A un certo punto una persona del circolo, l’anno prima delle elezioni, comincia a tesserare parenti ed amici, magari un’intera cooperativa o un intero circolo arci, o una parte di tesserati dello spi cgil. In un anno miracolosamente il circolo diventa di 150 iscritti, anche se quelli che tirano la carretta restano sempre gli stessi quindici. Anzi, capita che una parte dei 15 smetta l’attività per protesta o delusione. I cento nuovi iscritti compariranno all’assemblea e decideranno loro, votando come un sol uomo, chi farà il segretario del circolo, chi condurrà le trattative per gli assessorati e così via. Tutto nel pieno rispetto dello statuto del partito. Tutto per una piccola questione di potere locale. Ma in quel circolo il partito non è più lo stesso. Non sarà il consigliere o l’assessore lo strumento del partito nelle istituzioni bensì il contrario. Alla fine è il circolo ad essere lo strumento di una persona.
Analogamente a livello provinciale un assessore può costituire circoli in paesi dove non c’è rifondazione e scalare circoli esistenti di pochi iscritti e conquistare così il potere nel comitato federale. Oltre a decidere assessorati provinciali il comitato federale elegge i membri del comitato regionale. Basta che, in una regione, due o tre personaggi che controllano le organizzazioni di partito si mettano d’accordo fra loro ed ecco che avremo assessorati e consiglieri regionali. Se invece capita che non si mettano d’accordo allora capita che si assista ad una guerra delle tessere per preparare lo scontro decisivo. Ovviamente se una federazione di quella regione è esente dallo scontro di potere risulterà ininfluente perché dotata di pochi iscritti e di poco peso negli organismi decisionali. Quando viene il congresso nazionale i vari personaggi si schierano indipendentemente dal contenuto delle mozioni e scelgono la mozione che a livello locale loro possono controllare per perpetuare il loro potere. Capita così che da un congresso all’altro si passi da una mozione all’altra con la massima disinvoltura.
Dopo qualche anno di questa cura il partito in quella regione non c’entra nulla con l’originale.
E’ solo un caso di scuola? No, perchè è il caso della Calabria, dove il partito è ridotto esattamente così da parecchio tempo. Sono state commissariate federazioni ed anche il regionale. C’è un numero esorbitante di iscritti e di circoli che fanno una scarsissima attività politica se togliamo le campagne elettorali per le preferenze, le guerre fra diversi personaggi hanno avuto gli onori della cronaca sui quotidiani locali, e ci sono stati perfino casi di inquisiti e condannati per gravi reati seguiti dall’autosospensione dal partito delle persone interessate, vi sono state denunce, all’autorità giudiziaria, per minacce di vario tipo e perfino l’intervento delle forze dell’ordine per sedare risse durante riunioni del partito.
Oggi, e lo dico senza tema di smentita, in Calabria i vari personaggi di cui sopra hanno scelto la mozione Vendola. Per convinzione? Direi di no visto che allo scorso congresso hanno scelto la mozione dell’allora Ernesto che non per caso vinse il congresso calabrese. E come mai? Presto detto: dopo essere usciti dalla maggioranza tre mesi fa visto che in regione ci sono decine di inquisiti la settimana scorsa il comitato regionale ha deliberato che in consiglio si votasse il bilancio ed è alle porte la trattativa per rientrare in giunta. Ed importanti esponenti nazionali della mozione Vendola hanno benedetto l’operazione. A me è capitato di presentare la mozione 1 in un circolo dove l’importante esponente nazionale della 2 rispondendo alle mie critiche sul ritorno in giunta ha bollato come verticistica la mia posizione dicendo: “sono i compagni calabresi che devono decidere democraticamente sulla questione ed è sbagliato che dall’alto gli si dica cosa devono fare”.
Appunto.
Ora ai congressi in Calabria avremo una grande partecipazione democratica di centinaia di nuovi iscritti che si aggiungono agli oltre novemila del 2007. Vincerà la mozione Vendola, senza dubbio. Ovviamente per la bontà della proposta politica e in coerenza con l’assunto che il fine non giustifica i mezzi.
Per quanto riguarda noi della mozione 1 sono ben lieto di poter dire che già all’indomani del famoso CPN abbiamo fatto sapere che non eravamo in cerca di certi voti dicendolo esplicitamente anche nelle assemblee di presentazione della mozione a Reggio Calabria e a Cosenza, quando ancora certi personaggi erano ufficialmente astensionisti sulle mozioni, per il semplice motivo che erano alla ricerca del miglior offerente.
Per fortuna, però, il caso della Calabria è isolato. Non c’è nulla di paragonabile in nessuna altra regione. E sono all’esame della commissione congressuale ricorsi sulla regolarità di congressi dove ne sono successe di tutti i colori.
Ma veniamo al resto.
La seconda: Il nostro partito, con tutti i difetti e limiti, è però sempre stato un partito di militanti ed iscritti. E’ normale, come era nel PCI, che in un circolo un gruppo di pochi attivisti gestisca l’attività e che la gran parte degli iscritti partecipi alla festa, anche lavorando duramente, ma che non partecipi, invece, assiduamente a tutte le iniziative e discussioni. Quando c’è il congresso il direttivo manda a casa la lettera e magari gli esponenti delle mozioni del circolo telefonano e parlano con gli iscritti per convincerli della loro posizione. Normalmente vanno a votare tra il 30 e il 60 % degli iscritti. Normalmente l’anno che precede il congresso c’è un piccolo incremento delle tessere, in gran parte dovuto al numero di delegati che spetteranno al circolo per il congresso di federazione. Ma si tratta, normalmente, di un semplice maggiore impegno a fare il tesseramento con più cura. Normalmente un congresso e il suo dibattito convince alcuni compagne o compagni a rifare la tessera o a iscriversi al partito per partecipare.
Normalmente.
E’ normale che un circolo con 100 tesserati nel 2007 ne abbia altrettanti di nuovi nel 2008?
E’ normale che la percentuale dei votanti in gran parte dei circoli sia quella tradizionale e che in altri sia dell’80, del 90 e anche del 100%?
Il nostro regolamento congressuale prevede che ci si possa iscrivere per la prima volta, ottenendo il diritto di voto, dieci giorni prima del congresso di circolo, pagando una quota minima (minima e non fissa) di 10 euro.
Cosa sta succedendo se ci sono circoli che raddoppiano o addirittura triplicano gli iscritti? Se tutti i nuovi iscritti, a volte decine e centinaia, pagano tutti 10 euro e non un centesimo di più? Se ci sono perfino dirigenti di Sinistra Democratica eletti in cariche in quel partito nel loro congresso che una settimana dopo vanno a votare nel congresso del circolo di Rifondazione? Se una parte del paese, nella quale la maggioranza dei gruppi dirigenti ha scelto la mozione 2, celebra i congressi nelle ultime due settimane utili, ottenendo così più tempo di tutti gli altri per fare nuovi tesserati?
Secondo me sta succedendo una cosa chiara. Si sta trasformando il congresso del partito in una spuria elezione primaria.
Capisco l’ansia di vittoria della mozione 2 e capisco che si sia candidato Vendola per sfruttare la sua popolarità ed ottenere voti che sulla proposta della costituente non si sarebbero ottenuti. Ma sono sinceramente sorpreso dalla disinvoltura con la quale si portano al voto centinaia di persone che sono state iscritte solo per il voto. Questo fenomeno non ha nulla a che vedere con la partecipazione. O meglio, ha a che vedere con una idea di partecipazione molto, troppo, simile a quella del partito democratico.
I compagni della mozione 5 oggi hanno pubblicato su Liberazione una lettera aperta nella quale propongono di cambiare il regolamento per fermare uno stravolgimento della dialettica democratica nel nostro partito. Sostanzialmente ammettendo al conteggio dei voti solo i nuovi iscritti prima di una data precisa e certa, sia eliminando la disparità di possibilità dei circoli di reclutare nuovi iscritti a seconda della data del congresso, sia soprattutto eliminando l’applicazione distorta del regolamento. Io credo che abbiano ragione. Che di fronte ad un tesseramento palesemente gonfiato la loro proposta sia giusta e saggia. Ma credo che l’ultima parola circa questa proposta spetti alla mozione 2, visto che, pur potendola imporre con un voto di maggioranza, non credo si possa procedere nel cambiamento del regolamento se non all’unanimità. E temo che la mozione 2 non accetterà mai di ricondurre il congresso nella normalità. Tutto il loro comportamento è ispirato dalla precisa volontà di usare qualsiasi mezzo, per quanto nocivo per il partito, per vincere il congresso.
Nonostante questi due fattori che per me sono assolutamente inquinanti io non credo affatto che la mozione 2 possa vincere il congresso.
Certo per chi propone un processo costituente alla fine del quale, come sostiene esplicitamente Sinistra Democratica che non ha imbarazzo a dirlo, ci sarà un nuovo partito di sinistra affiliato alla famiglia socialista europea, lo stato reale del PRC non ha molta importanza.
Ci sono, però, tutte le condizioni per sanare le situazioni degenerate del partito in alcune circoscritte realtà. Come esiste la possibilità di rimettere al centro dell’attività politica la società invece che le istituzioni.
E per questo mi batterò fino all’ultimo congresso di circolo per impedire la morte di Rifondazione Comunista.
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 02/07/2008 @ 00:26:58, Tratto da Alessandro Belmonte, linkato 82 volte)
Ieri Ignazio La Russa ha finalmente svelato la vera natura della missione dei nostri militari in Afghanistan dichiarando tra l’altro che «I nostri militari combattono da un anno, ma sui giornali italiani non se ne parlava» ed aggiungendo che «Il governo Prodi ha tenuto giustamente questa informazione riservata. Lo avrei fatto anch'io al suo posto. Ora però possiamo confermare che i nostri militari hanno partecipato ad azioni anche di combattimento, hanno salvato vite umane di militari appartenenti ad altri contingenti e neutralizzato attentati. Si tratta di compiti pericolosi e ringrazio Dio che non abbiamo subito lutti e sofferenze».
Quindi, come più volte sostenuto su questo Blog, i militari italiani non sono sul territorio afgano per portare avanti quella che con un ossimoro si è soliti definire una “missione di pace” bensì essi combatto sul campo e perciò verranno dotati al più presto di ulteriori mezzi corazzati nonché verranno inviati altri cinquecento soldati nella zona calda di Herat.
Prevedo fin da ora che, purtroppo, questa scelta porterà al rientro di numerosi ragazzi dentro bare ricoperte dal tricolore e che questi verranno definiti dalla propaganda militare come eroi, salvo poi dimenticarli il giorno dopo.
Saranno eroi, costretti dalla fame e dalla prospettiva di una vita dignitosa, a sacrificare la loro giovane vita sull’altare della guerra permanente che gli Usa stanno conducendo da anni per ottenere il controllo delle risorse energetiche mondiali per cercare di evitare l’irreversibile declino che la condurrà nei prossimi anni a perdere il suo ruolo di leader mondiale.
Saranno giovani uccisi da altri giovani, quei giovani partigiani afgani che combattono per evitare che il proprio paese venga definitivamente conquistato dalle truppe invasori. Giovani ai quali quando toccherà di perire non sarà nemmeno riservato il titolo di eroi ma solo quello di terroristi!
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Inserito da Il Brigante Rosso (del 02/07/2008 @ 00:25:35, Tratto da La Rinascita, linkato 39 volte)
Sale la tensione tra Pdl, magistratura e opposizione sui temi della giustizia, mentre si attende la riunione del plenum del Csm sulla norma «blocca-processi» inserita nel pacchetto sicurezza che da oggi è in commissione alla Camera. Il Consiglio superiore della magistratura è chiamato a votare sul parere alla norma che bloccherebbe i dibattimenti considerati meno urgenti, tra cui quello legato al caso Mills che vede Silvio Berlusconi tra gli imputati e per il quale è prevista l'udienza il 7 luglio. L’ordine del giorno del plenum è proprio il «parere del Consiglio Superiore della Magistratura sul decreto legge n. 94 del 23 maggio 2008» e su cui l'organo di autogoverno dei magistrati aveva già espresso parere negativo per dubbi di costituzionalità.
Intanto ieri i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani si sono recati al Quirinale per affrontare con il presidente della Repubblica, nonché presidente del Csm, il nodo della costituzionalità. Secondo la tesi dei rappresentati del Pdl, il Csm sarebbe andato oltre le proprie prerogative e che solo la Corte Costituzionale può intervenire.
In una situazione come questa l'opposizione non trova di meglio da fare che spaccarsi al suo interno con il leader del Pd che, fermo restando l'unanimità nella condanna della «blocca processi», ha preso le distanze da Antonio Di Pietro, che sta organizzando insieme a Micromega una manifestazione di piazza per martedì 8 luglio e per la quale il leader dell'Idv ha chiesto anche l'adesione di Veltroni.
«Carissimo Walter, è un momento cruciale per il nostro Paese, sono a rischio la democrazia e il futuro economico e sociale degli italiani». Inizia così la lettera che Di Pietro ha scritto al segretario del Pd, pubblicata oggi da L'Unità. Di Pietro sostiene che «tutta l'opposizione deve essere unita e bloccare la deriva di chi abusa del proprio ruolo al fine di tutelare solo gli interessi personali» e che «è il momento di chiamare a raccolta i cittadini, di scendere in piazza, perché domani sarà sempre troppo tardi». «Questo non è il momento - sottolinea - di soffermarsi a riflettere, né di rimandare a tempi che verranno».
Veltroni non ha aspettato molto per annunciare il suo rifiuto ed ha spiegato che il Pd farà la sua opposizione in Aula perché «non manifestiamo gratis».
Di diverso avviso il Pdci, che ha annunciato la propria adesione.«L'otto luglio i Comunisti italiani saranno in piazza. E' una risposta per far sapere al Governo che invece di occuparsi di leggi vergogna dovrebbe pensare ai milioni di pensionati e lavoratori a basso reddito. E' una risposta per contrastare il clima razzista e xenofobo in cui questo Governo vorrebbe far precipitare il Paese». Lo scrive il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto nella lettera di adesione alla manifestazione dell'otto luglio organizzata da Micromega. «I Comunisti italiani- aggiunge Diliberto- saranno in piazza convintamente e chiamano tutti i partiti dell'opposizione, dalla Sinistra al Pd, ad aderire».
Scrive il segretario del Pdci a Micromega: «L'otto luglio i Comunisti italiani scenderanno in piazza a sostegno della manifestazione che voi avete promosso. E' una prima risposta che dobbiamo dare ai primi atti del governo Berlusconi. E' una risposta necessaria alla luce dei primi atti di questo esecutivo: dal razzismo nei confronti dei rom all'attacco alla magistratura e all'informazione, dalle leggi ad personam all'immunità parlamentare per evitare i processi in cui Berlusconi è imputato all'indifferenza per le condizioni miserevoli in cui versano lavoratori e pensionati».
Diliberto spiega che «sono i primi atti di un governo pericoloso, autoritario, sostanzialmente estraneo ai principi democratici della Costituzione repubblicana. I Comunisti italiani - conclude - saranno presenti convintamente e in massa e chiamano tutti i partiti dell'opposizione, dalla Sinistra al Pd, ad aderire per contrastare il dilagare del clima razzista e xenofobo».
 
Aderisci all'Appello "Comunisti Uniti"
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Ci sono 16 persone collegate

< luglio 2008 >
L
M
M
G
V
S
D
 
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
     
             
Titolo
Mi trovi anche su..
 
     
 
       
Mozioni Congresso
Mozioni Congresso
 
 

Newsletter

Email:
 

Locations of visitors to this page 


Titolo
Come sei venuto a conoscenza del Blog?

 Dai motori di ricerca
 Da un altro sito
 Da un amico
 Dai vostri adesivi
 Altro

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Alessandro Belmonte (47)
Altre Testate (32)
Aprile Online (135)
Calcio Gratis (98)
Carta (5)
Claudio Michelazzi (1)
Contropiano (2)
Essere Comunisti (1)
Fausto Sorini (2)
Fosco Giannini (9)
Gennaro Carotenuto (5)
Giulietto Chiesa (1)
Gramsci Oggi (2)
Il Corriere della Sera (12)
Il Manifesto (65)
Il Riformista (12)
Iniziative & Appelli (25)
La Repubblica (25)
La Rinascita (18)
La Stampa (3)
Leonardo Masella (6)
l'Ernesto (23)
Lettere (2)
Liberazione (98)
Lucio Garofalo (13)
l'Unità (39)
Marco Rizzo (4)
Peace Reporter (2)
Ramon Mantovani (8)
Stefano Franchi (2)
You Tube (1)

Catalogati per mese:

Gli Articoli più letti

Ultimi commenti:
che scandalo!
04/07/2008 @ 20:42:03
Inserito da georgij
Considero ragionevol...
03/07/2008 @ 10:27:02
Inserito da Lorenzo Pugliese
be l'aria che si res...
25/06/2008 @ 10:20:42
Inserito da mario

Titolo
Fotografie (1)

Le fotografie più cliccate





05/07/2008 @ 19.41.19
script eseguito in 9294 ms